Skip to main content

La cultura storica e la sfida dei rischi globali - Page 10


La lunghezza della citazione ci sembra giustificata sia dall’onestà del discorso, che rimette in questione non soltanto il ritardo nella percezione dell’impasse, ma anche l’intero giudizio storico sulla rivoluzione industriale, sia dai limiti nell’acquisizione del nuovo, che le formulazioni dell’autore rendono chiari. Valga ad esempio l’indicazione dell’ecologia come altro "campo" problematico piuttosto che come nuovo paradigma generale di conoscenza, che del resto non ci risulta abbia condotto Cipolla a dare ad una tanto esplicita palinodia un consistente seguito storiografico41. Restano però l’atteggiamento di ironia sulla qualità del "progresso" in senso occidentale (e vincente) e la disposizione dell’autore a pensare l’uomo nella natura e come parte di essa, secondo lo spettacoloso incipit del libro stesso da cui stiamo citando:

"Ci sono nove pianeti principali che ruotano intorno al Sole. Uno di essi é la Terra. [...] La Terra é ricoperta da una sottile pellicola di materia chiamata vita [...] "L’uomo’ fa parte di questo involucro sottile ed animato [...]"42.



Hobsbawm e Wallerstein

Due importanti ricostruzioni d’insieme sono state intraprese nei decenni 1960 e ’70, quelle di Eric J. Hobsbawm e di Immanuel Wallerstein. Assumendo la rivoluzione industriale l’una come punto di partenza e l’altra come punto di arrivo, esse muovono da assunzioni critiche centrate rispettivamente sugli esiti e sui precedenti del processo. L’importanza di queste esplorazioni generali della storia moderno–contemporanea dev’essere ben valutata; il tempo lungo si presta ovviamente a bilanci complessivi, e quello dalla rivoluzione industriale in qua é il tempo lungo della crescita del capitalismo come modo di produzione dominante in proiezione mondiale.
Consideriamo dapprima la "trilogia in quattro volumi" di Hobsbawm43, sia perchè il suo primo volume precedette di dieci anni il primo dell’opera di Wallerstein, sia perchè l’opera dello storico inglese, partita dalla "duplice rivoluzione" capitalistico–borghese, riguarda appunto gli sviluppi otto–novecenteschi del capitalismo e nel suo ultimo volume tratta anche dell’emersione dei rischi globali, aprendosi al senso tragico del Secolo breve e alla possibilità d’un esito infausto dell’avventura umana. Quest’ultima posizione é però fondata più sulla sensibilità e sull’inquietudine diffuse – e nella biografia dell’autore sullo choc della caduta del "socialismo reale" – che non sulla coscienza atomica ed ecologica e – soprattutto – sulla conoscenza delle basi scientifiche degli studi ecologici e della relativa letteratura. Eppure il tema ecologico sarebbe stato in armonia con l’impostazione generale, orientata in senso anticapitalistico. Queste carenze sui problemi finali, a maggior ragione in quanto provengono da un protagonista delle discussioni sulla rivoluzione industriale, rivelano limiti di riflessione critica e pesano inevitabilmente sulla validità dell’interpretazione complessiva:

"Non v’é più ragione per eludere questo passaggio escatologico. [...] Hobsbawm non si diffonde su questi problemi se non di scorcio, nè si basa su una bibliografia tale da rendere scientificamente significativo l’incontro del grande storico con le categorie spazio–temporali dell’ecologia e, al di là di questa, con la base biologica del soggetto umano [...].Questa lacuna [...] appartiene alla riflessione collettiva della cultura storiografica, in particolare "di sinistra’. [...] é chiaro che il mancato incontro con i principali testi di teoria e storia dell’ecologia é frutto di criteri selettivi che attengono allo storicismo tradizionale"44.

Del resto, lo storico inglese traduce fedelmente nei primi tre volumi sia il convinto industrialismo dei protagonisti della rivoluzione industriale e dello sviluppo che ne seguì, sia le sofferenze dei poveri e le critiche dei neofiti socialisti, aggiungendo peraltro che essi erano uniti dalla fede nel progresso: "[...] Tutti erano giustamente convinti che la vita umana avesse davanti a sè un avvenire di prosperità materiale che avrebbe eguagliato i progressi compiuti dall’uomo nel controllo delle forze della natura"45.
Ci sembra che nonostante il carattere violento e cruento del secolo, egli mantenga questa visione progressista di fondo fino alla doppia crisi degli anni ’70 del capitalismo e del socialismo reale dell’Unione Sovietica; non però, ripeto, approfondendone il lato che fin da allora collegava il tutto allo scenario dei "limiti dello sviluppo" e del rovesciamento dell’idea di progresso.
Quanto a Wallerstein, ci limitiamo a ricordare due aspetti fortemente sintomatici della sua opera46. Il primo riguarda la lunga e spesso acuta rassegna critica che egli dedica appunto alle principali tesi e discussioni storiografiche sulla rivoluzione industriale (tra le quali ovviamente non ci sono i problemi delle condizioni naturali dell’industrializzazione)47. Come é noto, lo storico americano ha ricostruito lo sviluppo del capitalismo usando la categoria critica di "economia–mondo" e risalendo al secolo XVI, il che gli permette di fluidificare la "rivoluzione industriale" e il relativo concetto, sulle tracce di Fernand Braudel. Proprio questo dà luogo al secondo rilievo che gli muoviamo, e cioé di scrivere alla fine del tempo lungo delle origini e della crescita senza neppure impostare il problema dell’ambiente della storia umana e della produzione materiale.
L’osservazione trova conferma nella produzione "secondaria’ di Wallerstein, in particolare nel saggio Historical capitalism (1983, edito in Italia da Einaudi nel 1985), nella raccolta Geopolitics and Geoculture (1991, edita in Italia da Asterios, 1999) e, più clamorosamente, nel volume The Age of Transition (1996, pure tradotto da Asterios, 1997), nel quale egli, con la collaborazione di T.K. Hopkins, pubblica i risultati d’una ricerca del Trajectory Research Working Group del Fernand Braudel Center presso la Binghamton University.
Introducendo il concetto di transizione sistemica e illustrando le tensioni interstatali del periodo successivo alla seconda guerra mondiale e quelle interne alle strutture della Superpotenza egemone, Wallerstein opera una "proiezione futura di medio termine" fino al 2025 che lo porta a prevedere "disordine, un gran disordine"48, e a dispiegarne diligentemente gli elementi. Egli arriva infine ad "un ultimo problema" l’ecologia, intesa come "questione sociale che, negli ultimi venticinque anni, é divenuta per la prima volta una preoccupazione fondamentale", riguardando essa "allo stesso tempo la stabilità del sistema interstatale, la redditività della produzione mondiale e la coesione sociale degli stati".

"L’ecologia – egli continua – é stata a lungo una preoccupazione locale, ma solo di recente ha assunto un carattere globale. La ragione é più che evidente: la costante espansione della produzione e della popolazione mondiali ha cominciato a esaurire i residui margini di risorse disponibili all’interno dell’ecosistema mondiale. I limiti oggettivi sono divenuti manifestamente visibili, e in molti casi terrorizzanti"49.