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La cultura storica e la sfida dei rischi globali - Page 18


In effetti nel 2001 l’uomo é per la prima volta entrato in un secolo del quale non é sicuro di vedere la normale fine cronologica; nè può immaginare se il trauma significherà annientamento definitivo, o sarà riassorbibile in qualche centinaio di migliaia o milione di anni. Tutto ciò non appartiene a residui di mentalità apocalittica (ai quali non sarebbe mancata la penetrante attenzione degli storici), ma é apocalissi concreta, esprimibile in leggi fisiche e in modelli matematici; un’apocalissi partorita dalla storia stessa, e per mille segni imminente.



Conclusione

E’ questa, in effetti, la sfida più grande, la prova decisiva, alla quale é chiamato anche e specialmente il pensiero storico. Non mi pare che la risposta di Clio sia finora andata al di là di qualche isolato tentativo; e non mi pare che ci sia finora nel "mestiere dello storico" l’esigenza di andare alla radice dei problemi dai quali dipende la continuità della storia. Non vedo un lavoro storiografico (ma anche economico, sociologico ecc.) capace di porsi al di fuori dello spettacolo della storia per vederne il destino in termini di trend oggettivo e (oppure) di vocazione alla catastrofe. Non vedo ripensamenti e non vedo le sinergie interdisciplinari necessarie; i segmenti del sapere non riescono più a ricomporsi in conoscenza e coscienza globale. Non vedo una migliore conoscenza e una critica del processo dal punto di vista post–storico87.
Può essere che la storia finisca all’insaputa dello storico? Il tramonto della civiltà umana resterà documentata solo dai grafici e dalle formule chimiche degli scienziati e non anche dall’elementare dovere annalistico del rerum scriptor? E il rerum scriptor non é in grado di collegare le varie linee d’un processo che distribuisce a piene mani le proprie tracce? Non é in grado di individuarne le cause? Il tempo breve del "900 e il tempo lungo del capitalismo non parlano forse lo stesso linguaggio?

Come abbiamo detto, proprio alla storiografia competerebbe invece, in questo lembo estremo dell’esistenza del genere umano, un ruolo del tutto particolare. Lo studioso e scrittore di storia può superare il paradosso solo recuperando la propria fonte principale per eccellenza, l’osservazione del tempo presente, e facendone l’anamnesi dal punto di vista della crescita del male storico. E cercando di rappresentare, insieme con gli scienziati e gli studiosi delle altre discipline, uno stimolo e un allarme per la società e per la politica: una riscossa di senso critico e di ragionata volontà rivoluzionaria. L’osservazione vale soprattutto per quanto riguarda la funzione dello storico presso i giovani, e per il rapporto che già ora dal nostro presente dobbiamo stringere con le generazioni future88. Solo così potremo contribuire alla speranza di uscire dalla più grave crisi della storia umana.
La mia relazione, e la lettura che ho fatto di alcuni testi e di alcune tendenze storiografiche, volevano in realtà porre un problema e accendere una discussione. Forse l’ho fatto in termini crudi; ma mi auguro d’esserci riuscito.




NOTE


* Lo scritto riprende, in una versione riveduta e ampliata, una relazione tenuta al Colloque International Les pensées de l’histoire entre modernité et postmodernité, svoltosi nei giorni 15–18 novembre 1999 presso l’Université de Paris I – Sorbonne per iniziativa del Centre d’Histoire des Systèmes de Pensée Moderne della stessa Università. Come risulterà evidente, ho riversato nel saggio i risultati acquisiti dall’esperienza di ricerca e dibattito della rivista “Giano", che dirigo dal 1989 nella totale indifferenza dei barbassori della storiografia accademico–concorsuale.


1 Jeremy Rifkin (con la collaborazione di Ted Howard), Entropia. Postfazione di Nicholas Georgescu–Roegen, Milano, Interno Giallo, 1992 (ed. orig. 1980); v. anche Vittorio Silvestrini, Che cos’é l’entropia. Ordine disordine edevoluzione dei sistemi, Roma, Editori Riuniti, 1985. Per la problematica scientifica che la materia trattata presuppone é opportuno rifarsi ad un buon manuale di fisica, aperto ai problemi del presente: ad es. Angelo Baracca – Mira Fischetti – Riccardo Rigatti, Fisica e realtà. 1. L’uomo e l’energia, Bologna, Cappelli Editore, 1999; in particolare cfr. l’Unità 8, Irreversibilità ed entropia: la qualità dell’energia.

2 V. Paolo degli Espinosa – Enzo Tiezzi, I limiti dell’energia. Presentazione di Antonio Cederna, Milano, Garzanti, 1987 (specialmente la Parte prima, Storia dell’energia e delle sue applicazioni, di Sergio Ulgiati, pp. 57–153). Per uno "sguardo sulla storia dell’uomo dal punto di vista energetico" (p. 120) cfr. Laura Conti, Ambiente Terra.L’energia, la vita, la storia, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1988.

3 Solo la potenza passivizzante dei media e il consenso estorto con le tecniche della "democrazia totalitaria" rendono accetti in Occidente la denuncia statunitense del trattato Abm del 1972 e il rilancio del modello militare delle Star Wars, veri prologhi ad una condizione di rischio finale. Su ciò Luigi Cortesi, Banalità della condizione atomica, "Giano", n. 29–30, maggio–dicembre 1998, pp. 39–46 (poi in Id., Una crisi di civilta. Cronache di fine secolo, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane,1999, pp. 121–128); Angelo Baracca, Il "National Missile Defense", un riarmo nucleare drogato, "Giano", n. 35, maggio–agosto 2000, pp. 71–84; Id.,

4 Barry Commoner, Il cerchio da chiudere. Presentazione di Giorgio Nebbia. Appendice di Virginio Bettini, Milano, Garzanti, 1986 (ed. orig. 1972), p. 58.

5 Donald Worster, Storia delle idee ecologiche, Bologna, il Mulino, 1994 (ed. orig. 1985), pp. 419–420.

6 Ivi, p. 422.

7 Di "felice passaggio dell’umanità nell’Era Atomica" parlò il ministro Usa della Guerra Henry Stimson già il 7 agosto: v. Carla Manzocchi, "The day after": le reazioni della stampa e della cultura italiane a Hiroshima e Nagasaki (agosto–settembre 1945), "Giano", n. 9, settembre–dicembre 1991, pp. 89–114 (cfr. p. 90), e l’editoriale "L’Era atomica", "L’Osservatore Romano", 8 agosto 1945.

8 Una classificazione e un’analisi delle crisi e delle minacce che pendono sull’umanità in Alberto Di Fazio, Le connessioni tra la guerra dei Balcani e la crisi energetica prossima ventura, in Imbrogli di guerra. Scienziate e scienziati contro la guerra. Contributi al Seminario sulla guerra nei Balcani, Roma 21 giugno 1999 a cura di Franco Marenco, Roma, Odradek, 1999, pp. 7–47.

9 Rimandiamo al seguito un cenno più consistente alle discussioni e ai contributi storiografici italiani.


10 E’ questo un Leitmotiv degli studi e delle riflessioni che ho dedicato alla condizione storica attuale e alla esigenza d’una risposta radicale ai rischi. Si vedano in particolare L. Cortesi, Storia e catastrofe. Considerazioni sul rischionucleare, Napoli, Liguori editori, 1984 e Id., Una crisi di civiltà. Cronache di fine secolo, cit.