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La cultura storica e la sfida dei rischi globali - Page 17


Per molti di noi fu la prima verifica sui problemi dell’ambiente e sulla sua importanza per la vita dell’uomo. [...] Nessuno aveva mai pensato di avvelenare la terra con la radioattività o di minacciare la vita degli esseri umani. Ma ora, per la prima volta nella storia dell’uomo, i bambini crescevano con stronzio 90 nelle ossa e iodio 131 nella tiroide"80.

Se poco si sapeva fino a quel momento della "rete ambientale’, già in quegli anni la ricerca ecologica, che proseguiva autonomamente il suo lungo cammino, era pervenuta alla congiunzione del concetto olistico, ma ancora fondamentalmente filosofico, di "biosfera"81 con il concetto di "ecosistema"82; lungo quella via sarebbe stata presto resa esplicita l’unità chimico–fisica complessiva dell’ambiente naturale e dell’uomo come costruttore di storia, in un unico quadro di dipendenza e di fruizione energetica83. Era una dimostrazione che la ricerca, nelle sue varie motivazioni e articolazioni, procede da un medesimo contesto cognitivo–operativo, che rende possibile il raggiungimento contemporaneo di conclusioni comuni, soprattutto quando sappia incrociare e fondere discipline diverse, artificiosamente separate da una pretesa afferenza esclusiva alla natura o all’uomo, oltre che all’interno stesso delle "due culture".

Abbiamo già visto come la storiografia si sia finora esclusa da questa unità, e quali ne siano le conseguenze. Ne troviamo un’altra prova nella considerazione storiografica della golden age, mutuata dalla politica e dall’economia, ma ignara dei risvolti ecologici del lungo boom. Ci riferiamo qui ad una sola delle crisi in atto, quella climatica, che peraltro riassume in sè una parte rilevante della complessiva condizione di rischio dell’uomo planetario. Nel 1988 il Second Assessment Report dell’International Panel on Climate Change (Ipcc) – l’organismo di matrice Onu preposto allo studio e al controllo dell’effetto–serra e composto di scienziati di tutto il mondo – dichiarò che "le variazioni che stiamo subendo adesso sono dovute alla CO2 che abbiamo emesso fino a 80 anni fa, e quella che stiamo emettendo adesso produrrà i suoi effetti tra 50–80 anni"84. Se defalchiamo questo delay temporale dagli anni in corso, arriviamo agli anni della seconda guerra mondiale, della ricostruzione e soprattutto della straordinaria crescita della golden age, crescita che sappiamo relativa all’aumentata generazione di energia e quindi, allo stato delle fonti energetiche in uso, generatrice anche di un aumento dell’effetto–serra.
Non é dunque possibile per uno scienziato attento ai problemi ecologici considerare quell’età – che fu anche quella del terrore atomico e del massimo rischio d’una terza guerra mondiale – in una luce solo economico–tradizionale e quindi – dato l’eccezionale boom – tutta positiva; ciò é invece possibile per tutti o quasi tutti gli storici, in quanto essi sono da un lato sinceri ammiratori della grande performance economica e dall’altro ignari delle sue implicazioni ambientali e non attrezzati a valutarle.

Il delay temporale non riguarda solo la ricaduta delle emissioni di CO2 e di altri gas serra; un intervallo di gran lunga maggiore é quello che riguarda la biodegradabilità della maggior parte degli oggetti di cui si compone il nostro consumismo, e soprattutto la radioattività delle scorie nucleari e dei terreni contaminati. I rischi cui l’umanità sta sottoponendosi, e ogni elemento o composto nocivo, hanno ciascuno un proprio arco di validità e l’uomo é sospeso alla sottile ragnatela costituita dall’interazione dei tempi fisici e dagli incroci di scadenze cui la prassi produttiva ha dato e sta dando luogo. Le incredibili sottovalutazioni di questo complesso di problemi da parte del mondo degli affari e delle gerarchie tecnologiche e militari non dipendono anche (e forse soprattutto) da un gigantesco "tradimento dei chierici"?
In linea generale, dopo tante raffinate discussioni sui tempi della storia, gli storici sono scavalcati non solo dalla maggior durata del ciclo naturale della Terra e dallo spazio globale dell’ecologia, ma dal fatto che la storia e il suo demiurgo umano e sociale si presentano avviluppati e permeati dalla natura; e a forza di riferirsi a un tempo convenzionale, adespoto e universale (cioé dotato di una propria metastorica assolutezza e intangibilità), "comme extèrieur aux hommes" (Braudel)85 – un Cr¼nos indifferente al rush dell’entropia –, si trovano anch’essi, più o meno coscienti, a dover fare i conti con un tempo naturale sollecitato e condizionato da forze storiche, e quindi manipolato, artificialmente accelerato, presumibilmente terminale. Quanto di più lontano possa immaginarsi dall’antropocentrismo e dall’onnipotenza beneficamente creativa della res cogitans.
Si potrebbe forse dire che il punto massimo dell’onnipotenza umana, la scissione dell’atomo e l’invenzione della bomba nucleare, coincide con l’inizio del declino, per la stessa legge del "gap prometeico". Quell’acme ci riporta al 1945 come nodo, ad un tempo, del rischio atomico e di quello ecologico. Una data di vittoria della democrazia progressista e del socialismo che segna l’inavvertito allarme della natura ferita; una data che si ricorda perchè segna la fine della terribile guerra dei sei, o dei quattordici o dei trentun anni, ma che generalmente non viene considerata storicamente periodizzante per il suo peculiare e intero significato. E che non viene adoperata come osservatorio della storia del Novecento e come scansione epocale dell’intera vicenda umana. E’ vero che si parlò subito di "era atomica"; ma quest’espressione resta iperbolica rispetto alla storia reale, quella dell’"umile piano della "vita materiale’"86, se non viene agganciata ad altri livelli – il sistema, lo Stato, le armi, l’organizzazione dell’economia politica nel contesto biofisico della Natura e del suo chimismo. L’iperbole si giustifica cioé in uno scenario gigantesco, proporzionato all’intera età antropozoica e comprensivo di una sua propria storicità di transizione dall’Homo abilis, all’erectus, al sapiens e sapiens sapiens e, infine, all’atomicus.
Si potrebbe però considerare quell’anno "panottico" insieme come data di vittoria e linea di crinale, al di là della quale c’é l’altro versante. La periodizzazione normale e di comodo, dotata comunque di forti riflessi di memoria, verrebbe a coincidere in quel punto con una macroperiodizzazione allusiva ad altra e più problematica visione della storia, nella cui proiezione pratica noi stiamo vivendo quelli che potranno apparire gli ultimi decenni di "normalità". Ammesso che possa chiamarsi "normalità" la presente condizione di agonia e di trapasso – e di banalizzazione dei suoi segni – che i media condiscono di edonismo.