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La cultura storica e la sfida dei rischi globali - Page 16


E’ raro che la definizione ormai comunemente accettata di "guerra dei trent’anni" riferita al periodo 1914–1945 venga portata a dispiegare tutta la sua pregnanza. Nel 1914 tutto il mondo occidentale é scosso con la velocità del telegrafo da un evento unico e anche emotivamente unificante; quelli tra il luglio e l’agosto furono i primi convulsi giorni della globalizzazione "percepita". Con i "cannoni d’agosto" comincia un’età per la quale si può ben dire che "nulla sarebbe stato come prima" e in cui l’attimo può annullare la storia:

"La rivoltellata di Seraievo – scrive Stefan Zweig – [...] in un attimo solo mandò in frantumi, quasi fosse un vaso vuoto di coccio, il mondo della sicurezza e della ragione creatrice, in cui avevamo avuto educazione e dimora"75.

Il maggior motivo di riflessione storica non é però l’evento in sè, ma la natura di quella guerra; il che significa un prima e un dopo e una certa linea tra di essi. Cessano le guerre–evento e cominciano le guerre–struttura. La "Grande Guerra" é preceduta da una serie di iniziative armate imperialistiche e di incidenti tra imperialismi. Appare indubitabile che si trattasse della continuazione armata e generalizzata della competizione tra gli Stati più potenti e le alleanze da essi strette. Una guerra imperialistica generale era del resto già ampiamente prevista dall’analisi socialista, il cui tema centrale era da due decenni l’imperialismo come fenomeno del quale la guerra europea e mondiale, o addirittura una serie di guerre generali, sarebbe necessariamente stata il frutto.
Limitatamente all’Europa, si può individuare in quella guerra una sub–caratterizzazione che discende da questioni nazionali irrisolte, alle quali si dovettero i sensibili mutamenti della geografia politica del continente. Ma la sua natura principale rimanda ad un meccanismo cieco di crescita e di sfondamento che risiede nei paesi sviluppati e belligeranti dell’Europa, negli Stati Uniti d’America e in Giappone, e che impone le proprie leggi a tutto il mondo. Le guerre sono mondiali, il mercato é diventato via via mondiale, ma la mondializzazione in corso é gestita dal ristretto numero delle grandi Potenze. C’é già un G7 o G8 che impone i propri interessi collegiali di struttura unica, che si spartisce il Pianeta e gestisce con feroce determinazione le diseguaglianze sociali e geopolitiche. E’ questa struttura unica, con le sue interne vicende di accordi e di rotture, che domina l’intera storia del secolo e detta l’alternanza di pace e di guerra e la magnitudo delle guerre e delle catastrofi storiche, in un intreccio di economia interna ed esterna e di proiezioni politiche in cui cause ed effetti risultano profondamente interrelati.76
E’ quello il ventre della "nuova guerra dei trent’anni", ivi compreso il falso intervallo 1918–1939. Forse, anzi, fino al 1938–39, non si fa grande questione al riguardo tra gli storici; la caratterizzazione imperialistica può essere variamente ridotta alle sue stesse forme fenomeniche di crisi sociale, di crisi della centralità dell’Europa, e della Francia e della Gran Bretagna in particolare, di crisi della Società delle Nazioni.

Il problema viene dopo, ed é rappresentato dalla decisione anglo–francese – decisione geopolitica che seguì ad anni di titubanze e compromessi – di opporsi ad ulteriori iniziative espansive della Germania. Negli ultimi giorni d’un altro agosto infuocato, quello del 1939, non soltanto si decidono le sorti del mondo, ma anche i termini della polemica storiografica filo–occidentale sulla seconda guerra, che ne risulterà provocata dal patto germano–sovietico e sarà ab initio democratica e non imperialistica. Sul problema e sulle sue complicazioni, ma anche sulla necessità che di un processo storico riconosciuto come unitario occorre trovare anche una complessiva caratterizzazione unitaria (senza con ciò che si neghino forme peculiari e impatti diversi), mi sono già espresso77; e non intendo qui debordare troppo. Anche quella del 1939–45 fu una guerra di natura imperialistica – e quindi favorì nelle aree colonizzate il processo di liberazione dal dominio bianco – dappertutto nel mondo, con una sub–caratterizzazione ideologica (che assunse coloriture sociali molto forti da parte del movimento operaio e dell’antifascismo proletario e popolare) in Europa.
Mi sembra chiaro che dalla risposta che a un tale problema si dà dipende molto del giudizio sul secolo. E qui, strettamente aderente al nostro tema, c’é l’uso delle bombe atomiche contro il Giappone nel 1945 (ancora una volta in agosto). La questione ha tre aspetti principali: il primo é l’uso delle nuove e terribili armi a guerra praticamente già vinta e in quel teatro; il secondo risiede nella frattura che la dimostrazione di potenza indubbiamente provocò nella coalizione con l’Urss e nello scenario di lunga collaborazione internazionale che fino a quel momento s’era imposto; il terzo aspetto riguarda la nuclearizzazione delle relazioni internazionali.Un ulteriore problema verte sul nesso tra rischio nucleare e rischio ecologico, sulla nuova condizione antropica e quindi sulla valenza periodizzante dell’evento del 1945. Mi sono già numerose volte occupato degli aspetti politici78; ora, data la stretta attinenza al tema, mi esprimerò solo sul quest’ultimo punto.



Rischio nucleare e rischio entropico: una sinergia mortale

Il nesso tra i due rischi non fu subito evidente, anche per il segreto militare mantenuto dagli Usa sugli effetti delle esplosioni. Ma negli anni successivi le cose andarono ben diversamente da come i dirigenti americani avrebbero voluto. Negli scritti degli ecologi e storici dell’ecologia la sequenza fra il primo test nucleare (Alamogordo, New Mexico, giugno 1945) e l’incidente al peschereccio giapponese Fukuriu Maru (Pacifico meridionale, marzo 1954) é considerata decisiva: la formazione dell’ecologia come scienza globale e la coscienza del rischio sono simultanee.
Barry Commoner, confessando di aver "cominciato a capire qualcosa dell’ambiente" solo nel 1953, descrive le fasi delle indagini sull’inquinamento radioattivo, sulle quali poté stendersi il segreto fino a che i livelli di radioattività nell’aria, nella pioggia, nella terra e negli alimenti e le preoccupazioni espresse da scienziati e tecnici non si diffusero nell’opinione pubblica79. La contaminazione dell’imbarcazione giapponese, investita dal fallout radioattivo della prima esplosione sperimentale statunitense d’una bomba H, rappresentò dunque l’occasione per la presa di coscienza di una minaccia planetaria alla vita, che apparve in un primo momento negli Stati Uniti sotto la specie della contaminazione del latte:

"Di li a poco – scrive Commoner – cominciarono ad apparire sui giornali scientifici dati sullo stronzio 90, rilevati in tutte le parti del mondo, e così tutti seppero che i test nucleari avevano involontariamente avviato il primo esperimento ambientale globale nella storia dell’uomo. Il fallout aveva sparso lo stronzio 90 – e molti altri elementi radioattivi – nell’immensa rete vivente del nostro pianeta; la radioattività creata dall’uomo si era accumulata in ogni pianta, animale e microrganismo della terra.