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La cultura storica e la sfida dei rischi globali - Page 14


La nuova "branca "ambientalistica’" dovrà definire i propri confini, i quali includeranno le grandi catastrofi, i fatti epidemici, i fenomeni sismici, gli andamenti climatici, e forse anche le tematiche più recenti di storia sociale – corpo, acqua, odori ecc. –, ma soprattutto i sistemi energetici e i relativi rapporti sociali di fruizione. Il tutto curando di non trasgredire nella pura storia sociale, nella storia economica ecc. I fenomeni che appaiono oggi tanto preoccupanti sono sì "di dimensione inedita", ma "niente affatto nuovi"; sono "qualitativamente uguali a se stessi": come dimostrerebbero, secondo l’autore, i saggi da lui raccolti.
C’é di che temere che se un equivoco esiste esso non stia tanto nell’angoscia da breve periodo di chi fa ecologia, ma nell’incapacità generale degli storici di usare il presente come chiave di lettura del passato; nella loro tendenza a rifuggire dall’oggi, dalla sua incontestabile novità epocale e dalla sua spaventosa potenza per evitare militanze altra volta poco meditate e incaute. A chi fa lo storico vivendo del presente e nel presente, senza rifiutare nè le sue "soglie critiche" nè il sospetto dell’autodistruzione, la "cultura senza storia" appare invece specialmente come una "storiografia senza storia". O, meglio si direbbe, una storiografia che per negare il nesso tra il presente e la morte istituisce una storia "immobile": il rogo dell’umanità come la pratica del debbio; la fine dell’era antropozoica come il calo numerico delle renne finlandesi o delle lucciole della Val Brembana – indifferentemente se sia avvenuto nell’XI o nel XX secolo. Inutile voler scoprire novità qualitative: tutto é già espresso "nell’adagio, per banale che a tutta prima suoni, del "nihil novi sub sole’"66.
E’ evidente che non ci siamo; e che gli storici devono ancora capire il novum apocalittico e farsene coscienti, prima di annettersi l’ecologia come altra "branca" senza riflettere sulla rivoluzione che essa porta non solo in tutte le altre "branche" ma nella vita e nella mente delle persone e delle società contemporanee.
Non mostra di aver capito questo neppure l’autore della più diffusa introduzione alla storia contemporanea, calibrata per la didattica universitaria67. Revisione e aggiornamento d’un volume edito nel 1980, quello di dodici anni dopo presenta le tracce visibili di una nuova maturazione critica, con l’aggiunta d’un capitolo su Lo Statoe la politica; dove si parla della "necessità di riportare la politica sul proscenio storiografico"68, senza peraltro analisi e caratterizzazioni di guerre e rischi, evidentemente del tutto estranei al dominio della storia, pur sociale, globale e totale come Paolo Macry la intende, casomai epurata in "società". Alla "questione ecologica" egli dedica un passo in cui cita il rapporto Meadows, registra "la violenza dell’homo faber sul proprio ambiente" e pone un interrogativo circa la possibilità d’un "ciclo climatico determinato anche dall’opera delle società umane"69.
Evidentemente troppo poco, soprattutto nei confronti degli studenti di storia, nella cui vita si presenteranno scadenze severe e che vanno a ciò preparati. Occorre naturalmente tenere conto dello stato complessivo degli studi e delle discussioni – le quali in Italia sono perniciosamente limitate al box degli storici, con un più o un meno di colloquio con la scienza umana di turno, ma assolutamente senza rapporti con le scienze naturali. Ma occorre anche pensare ad una nuova didattica storica, che sappia distinguere il vecchio dal nuovo e non pretenda di trarre il futuro dal passato, ma sappia guardare al passato a partire dal presente e dalle tendenze in atto. Una positiva novità in questo senso mi sembra rappresentata da Piero Bevilacqua. Già partecipe delle esperienze di cui abbiamo riferito a proposito di Caracciolo, conoscitore della cultura storico–ambientalistica tedesca, segnalatosi per scelte di attenzione ai problemi globali e proprio dalla didattica dei problemi globali70, lo storico calabrese ha recentemente pubblicato un volume che nella letteratura storiografica italiana può considerarsi il primo permeato di conoscenza e coscienza ecologiche.
I cinque saggi che compongono il volume71 – quattro scritti negli anni ’90, uno inedito – costituiscono la traccia d’una storia dell’ambiente e della cultura dell’ambiente che ci auguriamo possa essere compiutamente sviluppata. Mentre ne rimando l’analisi ad altra sede, mi preme qui riferire la concezione che Bevilacqua – sulle tracce dello storico tedesco Peter Sieferle – espone nella sua Introduzione. Essa si basa su "un punto di vista ecosistemico" che produce "quasi un capovolgimento della storia fin qui fatta".

"E’ una strada – scrive l’autore – che porta a liberarsi dall’economicismo dominante, a guardare con più distacco il millenario racconto antropocentrico che ha cancellato la natura dalle proprie rappresentazioni, a scoprire le nuove linfe che scorrono sotto la vecchia scorza di un gigantesco conformismo culturale. E’ una strada irta di difficoltà, che presuppone inedite strumentazioni intellettuali. E sarà possibile percorrerla sino in fondo solo se gli storici sapranno essere anche scienziati della natura e questi ultimi, a loro volta, storici a tutti gli effetti: studiosi delle modificazioni materiali nel corso del tempo".

La storia dell’ambiente é "un fenomeno culturale del tutto inedito" – afferma Bevilacqua:

"Essa non é un nuovo genere storiografico, un originale tema di ricerca che si aggiunge ai tanti che la storia sociale e la fertilizzazione operata dalla scuola delle "Annales’ hanno prodotto nella seconda metà del Novecento. E’ un nuovo sguardo sul mondo. Nasce dal trasformarsi in minaccia della modernizzazione capitalistica, di cui pure, sino a ora, tutti i saperi dell’Occidente hanno cantato l’epopea. Essa é ormai del tutto fuori del grande involucro dell’ideologia progressista in cui si é sviluppata la storiografia occidentale a partire dal XIX secolo".

Donde viene, e di che entità é la minaccia? Essa é frutto del "carattere annientatore della forma di economia dominante nel nostro tempo" la quale "tende, per sua intima logica, alla distruzione finale della Terra".
"L’avvenire come pura crescita economica – quello che i nuovi sacerdoti del nostro tempo, da ogni sede istituzionale, ci predicano con assillo quotidiano come il nostro unico e desiderabile orizzonte – va rappresentato, stante l’attuale modello, per quello che é: la più formidabile macchina di distruzione che sia mai apparsa davanti all’umanità. Mentre il grandioso apparato delle scienze e delle tecniche che l’accompagna e la serve proietta in avanti più ombre di inquietudine che luci di possibile liberazione umana"72.