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La cultura storica e la sfida dei rischi globali - Page 13


Un’ultima osservazione, valida per gran parte degli storici: a che i preziosismi e le messe a punto sulle origini del capitalismo e le premesse della rivoluzione industriale, quando la loro migliore conoscenza non solo non serve a stabilire le linee di tendenza dello sviluppo, ma é completamente ignara del punto di arrivo? O, per chi respinga l’idea di un arrivo, dal concreto e politico presente? In quale punto della sua riflessione lo storico perde questo aggancio? Scriveva giustamente Marc Bloch che la "facoltà di apprendere ciò che vive" é "la massima virtù dello storico", e che, se "l’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato [...] non é meno vano affaticarsi a comprendere il passato, ove nulla si sappia del presente"; ma chi legge più l’Apologie pour l’histoire dal punto di vista di Marc Bloch?59



Studi italiani

Mi pare a questo punto opportuno dare perlomeno una sommaria informazione sullo stato del rapporto storiografia–ecologia in Italia. Anche a questo proposito l’informazione va intesa più come contributo ad una discussione che come esauriente rassegna critica, per la quale sarebbero necessarie altre letture e maggiore spazio. Un riconoscimento va dato ad una scienziata–storica che ha avuto grandi meriti nell’avviamento della cultura ecologica, Laura Conti. Militante della Resistenza e del socialismo, si era data una precisa personalità politica; laureata in medicina, aveva aggiunto alla preparazione scientifica un training storico rigoroso, collaborando con le attività della Biblioteca Lelio Basso e della Biblioteca Feltrinelli di Milano. Tra i suoi studi va qui segnalato quello del 1987–88, che ella definiva uno "sguardo sulla storia dell’uomo dal punto di vista energetico"60: un’esposizione di valore non semplicemente divulgativo della possibilità di rileggere la storia umana a partire dal problema dell’energia e dagli impatti ambientali dei vari modelli praticati. Ma il suo tentativo non apparteneva propriamente alla storiografia professionale, sia per la sua collocazione trasversale sia per la renitenza degli storici accademici all’incontro con la nuova problematica; in effetti la storiografia italiana é stata solo sfiorata dalla coscienza ecologica, e ne ha finora sostanzialmente respinto l’impatto.
Mi inducono a questo giudizio complessivo sia la scarsità numerica e la qualità dei titoli prodotti, sia l’esperienza dei contatti diretti. E’ probabile che i miei colleghi siano quanto me preoccupati dello stato delle cose, ma la maggior parte di essi non lo considerano materia storica se non, come vedremo, nel caso in cui l’ecologia si dimostri agganciabile alla loro disciplina come articolazione nuova dotata, peraltro, di una sua presenza nella vita dell’uomo e delle comunità umane. La rottura tra passato e presente e la paura di rinnovare esperienze fallite o infelici ha aggravato una condizione preesistente di autismo, che ha il suo riscontro nel corporativismo apolitico o eclettico. Distacco dalle tensioni della politica, dunque, e rifiuto di considerare il passato a partire dai problemi del presente; ma anche effetto dell’incapacità della cultura politica, e specialmente del pensiero che si presume alternativo, a ripensare in termini di confronto con la natura una condizione storica nella quale gli elementi conflittuali erano unicamente tra classi e gruppi umani, e tali ancora appaiono a chi consideri la problematica ecologica come una sorta di nuovo portafoglio ministeriale.
Non sono comunque mancati, nella storiografia degli anni intorno al 1990, tentativi e proposte di ricerca d’un certo interesse. A temi di storia lato sensu ambientale sono state aperte riviste come "Quaderni storici" e (dalla parte della geografia e con aperture sulle scienze naturali) "Hèrodote"; di una rivista più dichiaratamente specialistica, "Quaderni di storia ecologica", a cura di Sante Violante in collaborazione con Mauro Borromeo, apparvero nel 1991–94 a Milano quattro fascicoli di grande interesse; un importante "tentativo di definizione" che partiva dalle condizioni attuali di "precarietà" del "sistema" naturale e dava risalto ai suoi turbamenti, ma finiva con il dedicare attenzione soprattutto alle anticipazioni di "ecostoria" rivolte al passato dell’uomo, é stato condotto da Ercole Sori nel 199061.
La linea d’iniziativa più importante si sviluppò a partire dal Symposium europeo svoltosi a Bad Homburg nel 1988 e dal volume di Caracciolo, L’ambiente e lastoria, edito nello stesso anno62. Appartennero a quella linea d’iniziativa la costituzione nel 1987 d’un gruppo di lavoro storico–ambientale, denominato "Aria" presso l’Issoco di Roma, vari incontri promossi dallo stesso Istituto, una mostra aperta a Roma nella primavera del 1989 su "L’ambiente nella storia d’Italia"63 e nel 1990 la pubblicazione d’una serie di saggi di studiosi di varie nazionalità sui problemi dell’Europa moderna, editi a cura dello stesso Caracciolo e di Gabriella Bonacchi64.
La centralità della figura di Caracciolo, uno studioso della generazione storiografica del dopoguerra, animatore della rivista "Quaderni storici" e dei suoi interessi per la storia dell’ambiente, ci induce a cercare soprattutto nei suoi scritti il pensiero e il metodo della breve, ma interessante esperienza collettiva del gruppo di Roma; e tra gli scritti il più pregnante nella sua brevità e il più rappresentativo ci sembra l’ultimo da noi citato, quello che apre la raccolta del 199065.
La "questione ecologica" non si pone – secondo Caracciolo – "solo nell’attualità, in seguito all’alto livello raggiunto [...] dai "pericoli’ ambientali"; non si pone solo "adesso – e dunque implicitamente non prima". C’é in questa attualizzazione il rischio di restringere il campo d’analisi entro una proiezione strettamente congiunturale o arbitrariamente ideologica; e di collocarsi quindi, egli scrive, "pienamente nelle tendenze correnti verso una "cultura senza storia’ [...] da contestare ab imis , in quanto impoverisce la stessa capacità di leggere con sufficiente compiutezza molte tendenze di fondo che maturano nel tempo presente".
Coerentemente con questa interpretazione, Caracciolo chiede all’ecologo "di ricorrere più insistentemente alla ricerca sui tempi lunghi" e allo storico "di prestare a indagini di carattere ambientale la sua familiarità con i documenti e i monumenti e le altre "fonti’, così da mantenersi all’altezza dei più complessi problemi del presente". Se ci si atterrà a questi criteri, si arriverà a fondare una vera e propria "storiografia ambientale", al cui ritardo vanno attribuite le insufficienze diacroniche e le ansie di ecologi ed ecologisti.