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La cultura storica e la sfida dei rischi globali - Page 12


"non hanno eliminato l’idea di fondo, radicata nel pensiero occidentale degli ultimi duemila anni, che vede il "mondo naturale’ completamente distinto dall’uomo che lo può sfruttare, e l’atteggiamento economico che vede (o sostiene di vedere) nella continua industrializzazione e nell’ulteriore crescita economica un presupposto fondamentale per qualsiasi miglioramento ambientale".

Dopo aver descritto la condizione attuale come minacciata da "una serie di crisi connesse l’una all’altra e provocate da azioni passate", l’autore così conclude:

"Il fatto che il crollo non sia ancora avvenuto non garantisce che non avvenga. [...] La sfida sta nel saper prevedere o riconoscere a quale punto l’ambiente venga gravemente degradato da quanto gli si chiede, e trovare i mezzi politici, economici e sociali per reagire di conseguenza. [...]

In questa più ampia prospettiva é chiaramente troppo presto per stabilire se le moderne società industrializzate, con i propri tassi altissimi di consumo di energia e di risorse, gli elevati livelli di inquinamento e il rapido aumento demografico nel resto del mondo, siano ecologicamente sostenibili. Le azioni umane del passato hanno lasciato in eredità alle società contemporanee un insieme di problemi di difficoltà quasi insormontabile da risolvere"52.
Sono conclusioni molto prudenti rispetto all’impianto concettuale e ai risultati della ricerca; può essere che la Storia verde risenta della rinuncia – dichiarata da Ponting nella Prefazione – ad essere una storia politica, economica e militare, oppure che l’autore abbia voluto sottrarsi all’imputazione ricattatoria di catastrofismo. Ma il senso del discorso é chiaro, e la mancanza di enfatizzazioni angoscianti lo rende probabilmente più efficace.




"Lunga durata" e antropocentrismo

Alla concezione della "lunga durata" della natura e dell’era antropozoica si rifà anche, dal lato degli ecologi, Jean–Paul Delèage, la cui Histoire del’ècologie rimanda alla "prospettiva lunga" dell’ecologo e insieme si puntualizza sulla rivoluzione industriale come avvenimento e processo al cui centro sta l’uomo predatore. Delèage evoca un "tempo ecologico" della storia e cita Braudel per la sua immagine della "storia che scorre lentamente"53. La sua opera può in effetti essere letta come invito ad una dilatazione fino a poc’anzi inedita, e ancor oggi per molti di noi stessi impensabile, del concetto di storia (ed egli parla di Eco–storia)54; ma in realtà tutto il pensiero ecologico rimanda alla contraddizione fra tempo storico e tempo naturale–biologico. Proprio a questo riguardo non possiamo tralasciare i nostri dubbi sulle fonti teorico–storiografiche alle quali Delèage rende omaggio. I meriti di Braudel storico, e le sue teorizzazioni sulla pluralità dei tempi, sono importanti. Ma serve effettivamente la longue durèe, quando essa si rivolga ad un passato solo storico–umano e, implicitamente, ad un avvenire sterminato? E’ oggi sufficiente il "tempo della storia" a capire l’arco della storia e l’arco più grande della storicità della natura? Basta criticare, come fece Braudel nel 1958, l’"umanesimo retrogrado" se poi il programma di rinnovamento non va oltre l’idea di un "mercato comune delle scienze dell’uomo"?55
Per rifarci, anche nel caso di Braudel, all’interpretazione della rivoluzione industriale, ricorriamo all’ampio disegno di Civilisation matèrielle, èconomie et capitalisme, nel cui III volume, Le temps du monde, lo studioso francese inserisce una definizione emblematica della sua concezione della storia:

"Rivoluzione nel senso comune della parola, essa invade con i suoi mutamenti visibili una serie di tempi brevi successivi, ma é anche un processo di lunghissima durata, progressivo, discreto, silenzioso, spesso poco visibile, "il meno rivoluzionario possibile’, come ha potuto affermare Claude Fohlen, collocandosi, al contrario di Rostow, sul registro della continuità. [...] Il successo inglese, dopo il 1750, é il punto luminoso verso il quale tutto converge".

In conclusione "il capitalismo é un’avventura antica", una serie di momenti e di tentativi che parte dal secolo XI56. Braudel propone dunque "di prendere le distanze, e di vedere la rivoluzione industriale dall’esterno, inscritta in un movimento di più ampie dimensioni"57 fatto di cicli, ritorni, intersezioni e di lunghe e lunghissime durate.
Il maestoso incedere di Clio ubbidisce più a regole di continuità che a rotture; non é scosso se non da turbolenze interne e neppure minimamente sfiorato da problemi ecosistemici; oggi come ieri. Attento agli sviluppi che si svolgevano sotto i suoi occhi, Braudel non nasconde il proprio stupore per la natura ancora indecifrabile della crisi apertasi nei primi anni ’70, e se ne mostra inquietato:

"Doppio o semplice, il rovesciamento del 1973–74 aprirebbe una lunga regressione. Coloro che hanno vissuto la crisi del 1929–30 hanno conservato il ricordo di un uragano inatteso, senza preavviso e relativamente breve. La crisi che attualmente non ci abbandona é più sinistra, come se non riuscisse a mostrare il suo vero volto, a trovare un nome e un modello capaci di spiegarla e di rassicurarci; non é un uragano, ma piuttosto un’inondazione, con le acque che salgono lente e inesorabili e il cielo ostinatamente gonfio di nubi. Tutte le basi della vita economica, tutte le lezioni dell’esperienza, presenti e passate, sono rimesse in discussione"58.

Erano gli anni della cessazione della parità aurea del dollaro, dello choc petrolifero, della sconfitta nel Vietnam, della riorganizzazione dell’imperialismo americano; ma anche de I limiti dello sviluppo e della registrazione del conflitto inedito tra cicli storico–economici e leggi naturali. Una ricerca approfondita sugli ultimi anni di Braudel non é questione che si può porre in questa relazione. L’impressione é che egli si fosse ormai rinchiuso in una storia antropocentrica grandiosamente incrociata con l’insieme delle scienze umane; un insieme peraltro insufficiente a dar conto della crisi in atto come crisi della storia, perchè questa significava precisamente crisi della pretesa autonomia dell’umano quale si dimostrava drammaticamente a quel punto della storia. Le "acque che salgono lente e inesorabili e il cielo ostinatamente gonfio di nubi" non erano solo riferibili all’economia, ed anzi erano inconsapevoli quanto perfette metafore ecologiche.