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La cultura storica e la sfida dei rischi globali - Page 11


Nulla di più vi é nella proiezione del Trajectory Research Working Group del centro diretto da Wallerstein, e nulla (ancora una volta) nell’immancabile bibliografia sesquipedale elencata alla fine del volume; ancora una volta la storiografia ostenta la propria incompatibilità con l’ecologia. Sviluppo, crescita, progresso, traiettorie, cicli di Kondratieff avanzano in una sorta di no man’s land, della quale gli storici ignorano la materialità e la tipologia fisica, condizione necessaria per l’accesso alla sua propria e più grande storicità.
Da molti anni collaboratore di Wallerstein é Giovanni Arrighi, che nel suo "lungo Novecento" – un secolo che rimanda, secondo la linea Braudel–Wallerstein, a tutto l’arco storico del capitalismo – non si propone tanto di formulare un nuovo giudizio sulla rivoluzione industriale quanto di analizzare i principali casi di espansione capitalistica dai primordi dell’età moderna ad oggi e di evidenziare l’incidenza del fenomeno della finanziarizzazione del capitale nei periodi di transizione da un "ciclo sistemico di accumulazione" ad un altro. Quanto al "900 in senso proprio, egli ritiene che, in particolare a partire dal 1970 circa, "la storia del capitalismo si trovi in effetti a un punto di svolta decisivo", per l’emergenza e il "sorpasso’ del capitale giapponese e dell’Asia orientale sulla vecchia Potenza dominante, gli Stati Uniti d’America.
Arrighi ha ben presente il ruolo crescente della violenza nella storia, e non esclude la possibilità dell’"autodistruzione ecologica" e "la fine dell’intera storia dell’umanità" come conseguenze dell’esaurimento della capacità politica e "risultato delle conseguenze non intenzionali dei processi di formazione del mercato mondiale"50. Il fatto che egli consideri queste prospettive come eccedenti il suo piano di ricerca non diminuisce il merito d’aver prospettato una fine della storia motuproprio; anche nel caso di Arrighi va però rilevata l’assenza d’una documentazione ecologica specifica, che avrebbe potuto arricchire un quadro caratterizzato dalle lotte tra entità protagoniste, tutte peraltro inscritte in uno stesso modo di produzione. L’approfondimento ecologico avrebbe forse potuto portare ad una maggiore attenzione sulle singole fasi dello sviluppo capitalistico, e – tra queste – ad una più congrua valutazione della rivoluzione industriale e più latamente delle fasi di maggior devastazione della natura, provocata dal processo dell’industrializzazione, in modo diretto o indiretto, programmaticamente promossa o dolorosamente subita.
Come abbiamo constatato, negli autori citati in nessun caso c’é stata una conversione scientifica fondata sui principi dell’ecologia; in nessun caso il giudizio sui rischi attuali, quando ci sia, é stato retroflesso in ripensamento critico dell’intero arco dello sviluppo e del suo meccanismo; in nessun caso si é avuto una nuova contaminazione interdisciplinare e si é manifestata l’inclinazione ad adottare il nuovo paradigma escatologico. Nel primo volume di The Modern World–System (1984) Wallerstein definisce la "creazione del mondo moderno" avvenuta dal secolo XVI in poi come "grande spartiacque" della storia dell’uomo, il più grande dopo la cosiddetta rivoluzione neolitica–agricola. Il giudizio non era nuovo; é anzi un tòpos variamente formulato. Quello che gli storici non hanno ancora considerato (oppure, come Arrighi, hanno considerato in modo frettoloso e decurtato del problema praxis–natura) é che la storia umana si trova ora di fronte ad un "grande spartiacque" successivo e ultimo, le cui premesse vanno rintracciate nella qualità dell’assetto sociale impostosi nei secoli ruggenti dell’avvento capitalistico, il cui trionfo é avvenuto con la "rivoluzione industriale" e il cui capitolo più recente – quello della celebratissima golden age del terzo venticinquennio del secolo XX – é stato come la campana a morto.



A.J. Toynbee e C. Ponting

Il tentativo di reincludere la storia umana nel suo involucro naturale e quindi di sanare la divergenza di cui parlavo tra essere e coscienza é al centro di due storie–ripensamenti di carattere generale, entrambe relativamente recenti. La prima opera é di Arnold J. Toynbee e risale agli anni ’70. In un farraginoso disegno di storia universale, che riassumeva una vita intera di studio delle civiltà umane e dei loro cicli (I ed. 1976, titolo: Mankind and Mother Earth; ed. italiana col titolo Il racconto dell’uomo, Milano, Garzanti, 1977), lo storico inglese – il cui proposito era di "fare un esame retrospettivo della storia, fino ad oggi, dell’incontro fra la Madre Terra e l’Uomo" – partiva dall’origine della vita nella biosfera e terminava con un severo monito alla capacità dell’uomo di gestire la biosfera stessa. La rivoluzione industriale é vista come l’evento capitale e il punto di svolta nel rapporto con la natura; e il fatto che quella rivoluzione sia ancora in corso lascia presumere che lo scontro della storia con la natura debba essere considerato come il prologo d’una tragedia inevitabile. La storicità storica deve essere in accordo e riconciliarsi col tempo lungo della storicità naturale, pena la distruzione del Pianeta e l’annientamento della nostra civiltà. Toynbee non dà assicurazioni consolatorie, ma intende comunicare un dubbio di proporzioni totali:

"L’Uomo ucciderà la Madre Terra, o la riscatterà? Può ucciderla con il cattivo uso della sua crescente potenza tecnologica. Ma può anche riscattarla. Sconfiggendo quell’avidità suidica e aggressiva, che in tutte le creature, Uomo compreso, rappresenta il prezzo del dono della vita da parte della Grande Madre. Questo é l’enigma che l’Uomo si trova ad affrontare"51.

Si tratta, a mio avviso, del maggiore tentativo fatto da uno storico di professione di mettere insieme storia ed ecologia, tentativo che – istituendo il necessario by–pass tra scienze umane e fisiche – aggiunge un livello ulteriore e una nuova profondità alla "lunga durata".
Assieme al libro di Toynbee, anche se assai diverso da esso, va considerato quello di Clive Ponting, A greenHistory of the World (1991, ed. it. Torino, SEI, 1992). Si tratta in realtà d’una utile trattazione di ecologia applicata alla storia; anch’essa é fondata sulla "lunga durata" della natura del Pianeta, e anch’essa riserva alla rivoluzione industriale un posto di grande rilievo; si può anzi dire che le riserva il ruolo di spinta al parossismo della crescita, dal quale l’umanità é stata via via (soggettivamente o oggettivamente) più dominata. Dalla "seconda grande transizione" (dopo quella agricola del neolitico) vengono infatti datati sia lo scialo delle riserve non rinnovabili di energia sia gli effetti inquinanti del loro uso; sia il primo sia il secondo fenomeno seguono un crescendo che avvicina la storia umana a punti di sfondamento sui quali vanamente le "correnti di pensiero" ambientaliste cercano di richiamare l’attenzione. Esse infatti