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Giano. Pace ambiente problemi globali (n. 16 / 1994) - Page 2

La condizione dell'equilibrio del terrore richiedeva capacità di rapida mobilitazione contro un unico rischio immane sempre presente, e faceva leva sulla enorme sollecitazione emotiva e contestativa; la condizione attuale richiede la costruzione d'una teoria e strategia ecopacifiste fondate sull'analisi d'una realtà complicata e ben consolidata che parte dall'economia di mercato e di profitto, dal monopolio o oligopolio (ma qui la somma degli addendi è sempre 1-virgola-pochissimo) dell'informazione-formazione, e dalla nefasta diffusione di ideologia individualistica e neoliberista. Perciò l'impegno a problematizzare le emozioni e a politicizzare l'angoscia deve dar luogo ad analisi da mettere alla base della lotta per la pace. A maggior ragione in quanto il prevalere del nuovo scenario non annulla il primo - il rischio nucleare continua, come rilevano da punti di vista diversi Paolo Farinella e Joachim Lau-Giorgio Nebbia nei nostri articoli di apertura - ma ne ripresenta nei termini crudi della geopolitica ciò che era mediato dalle forme ideologiche del contrasto tra Est e Ovest e dalla maggior determinazione dell'Urss alla coesistenza pacifica.

Dobbiamo dire ancora una volta, sperando che la ripetizione giovi, che il passaggio dall'una all'altra situazione è stato rappresentato dalla seconda guerra del Golfo. La quale non è stata una risposta punitiva in loco a un tiranno mediorientale uscito (non più di altri, e non senza aver ricevuti crediti, armi e incoraggiamenti da questa parte del mondo) dai suoi limiti di Stato, ma una guerra globale in ogni suo aspetto caratterizzante: il rapporto cosiddetto Nord-Sud, ma anche Nord-Nord (Usa, Europa, Giappone), il petrolio, la riconquista occidentale (per guerra o per vassallaggio) del mondo arabo, il monito tecnologico al diverso povero, l'Onu sovrastatale retrocessa a strumento di un'oligarchia mondiale, il solenne bando di un Nuovo Ordine per i secoli a venire, l'affermazione solenne che la civiltà è una, uno il cammino, una la tipologia, uno il comando del progresso "da Colombo a Schwarzkopf" - come scriveva Balducci.

Proprio in coincidenza con quella feroce operazione militare e con il suo aspetto forse più disumano (nel senso in cui la lenta tortura è peggio dell'omicidio immediato), l'embargo, al quale si è, e resta, associata anche l'Italia della Bnl e di Tangentopoli, ha cominciato a configurarsi un pacifismo o ecopacifismo che è appunto di ispirazione globale e di approccio analitico, ed è quindi nuovo, meno settoriale e più radicale rispetto all'irenismo pre o post-politico - da probiviri di un disarmo garantito dalle competenti autorità politico-militari - incapace di portare avanti una lotta contro le strategie e le guerre, dell'Occidente e della Nato prima e più veritieramente che del simulacro dell'Onu. Dove si intende soprattutto una lotta democratica e quindi di popolo che arrivi alle radici biologiche e al luogo più vicino del potere politico di sistema, del sistema che genera la guerra, nella consapevolezza che così si va direttamente a indebolire e a smascherare la struttura dominante sul piano mondiale.

Non siamo arrivati soli, e neppure osiamo dire primi, ad intendere la crisi internazionale del 1990-91 in questo modo, anche se forse qualcuno di noi ha tirato di più sulle conseguenza da trarne. Accanto a noi c'erano altri studiosi e politici della pace; e forse un po' più avanti di noi quanto all'etica dell'impegno personale e dell'autocritica della propria parte era Ernesto Balducci. Dio ci guardi dal volerne ridurre la figura entro una fisionomia già composta in ogni suo tratto; la biografia del sacerdote era troppo ricca e tormentata per prestarsi a ciò - da studioso della teologia scolastica a teologo della liberazione, da lapiriano che arriva tardi sui grandi trends internazionali a strenuo obbiettore del militare e del militarismo, organizzatore e agitatore pacifista che si indirizza ad individuare nell'imperialismo "la nube che reca in sé l'uragano"; fortemente colpito dalla guerra del 1991, tra i fondatori dei "Comitato per la verità sulla guerra del Golfo ", egli ha spinto il suo sguardo al di là della tragedia irachena vedendo appunto in essa un momento di definizione della "strategia dell'impero", ispirando il volume di Allegretti, Dinucci e Gallo che porta questo titolo e che riconduce il discorso e il terreno d'impegno immediato alla radicale opposizione al "Nuovo Modello di difesa" italiano.

Balducci non aveva "capito tutto" per noi e per la nostra pigrizia "di sinistra ", e per chi lo contrastò "da destra"; anche per lui il pacifismo era una ricerca che apriva sugli altri problemi che costituiscono la tragedia del nostro tempo, proprio quelli della cui connessione col nodo guerra/pace erano rivelazioni la mattanza del Golfo e il protrarsi del genocidio in forma di liberaldemocratico embargo; così come la tragedia dello smembramento della Jugoslavia e della nuova guerra, sulla quale anche "Giano" non ha, purtroppo, saputo portare avanti un'analisi critica continua ed efficace.

Su "Giano" e intorno ad esso la discussione non si è da allora quietata. Lungi dall'essere scoraggiata, essa ha anzi tratto nuovo alimento dai passi indietro e a destra di persone, gruppi e istituzioni che erano parsi punti fermi dell'arcipelago pacifista degli anni '80 ma che tendono a perdere per strada il senso etico-politico dell'impegno pacifista, la sua autonomia, l'orgoglio della propria indipendenza dal potere pubblico e militare, la peculiarità di una ricerca in continuo rinnovamento.

Se l'elaborazione pacifista ci ha rimandato alla complessità tematica di "pace ambiente problemi globali", la formulazione del mi uovo sottotitolo di "Giano" vuole però significare un impegno preciso di allargamento e approfondimento di una ricerca che resta sempre orientata alla pace. Ho già avuto modo di esprimermi al riguardo, dialogando con Luigi Amodio sul n. 13, e non mancherò di pronunciarmi ancora in proposito. Penso soprattutto ad un intervento in materia di storiografia e problemi globali (che significa, in sostanza, globalita? cosa cambia questa dimensione nell'epistemologia e filosofia della storia e nel mestiere dello storico?).

Più importante è, naturalmente, che altri collaboratori, e studiosi di altre discipline, prendano la parola, pro o anche contro, se non sono d'accordo con la direzione di sviluppo e l'orientamento di "Giano" verso una politica del pacifismo che reagisca al quasi-silenzio e alla povertà di elaborazione teorica del "pacifismo moderato" criticato sul n. 14-15 da Sergio Cararo. E che vuole portare la sua elaborazione su terreni apparentemente altri dal pacifismo ma ad esso tanto contigui da far pensare che la compartimentazione esistente debba essere ripensata daccapo e sperabilmente superata. Mi riferisco in particolare all'ecologia, perché i nuovi orizzonti della ricerca ispirata alla pace e all'internazionalismo, e della relativa attività sociale e politica, comportano una riforma profonda, per molti aspetti una in versione del rapporto tra prassi umana e natura.