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Giano. Pace ambiente problemi globali (n. 16 / 1994)

Dopo lunghe discussioni interne - ed anche consultazioni con amici, studiosi e lettori, tutti quelli che ci è capitato di incontrare - abbiamo deciso di cambiare con questo n. 16, primo del sesto anno di uscita, il sottotitolo "storico" della rivista. Non più "Giano. Ricerche per la pace", ma "Giano. Pace ambiente problemi globali".

Può apparire poca cosa, un puntiglio di qualcuno nella direzione e redazione; ma non è così. Per noi si tratta di superare certi limiti emersi via via nell'ultimo periodo delle nostre pubblicazioni in virtù della nostra stessa crescita, e di compiere un risoluto passo avanti, verso un programma più difficile e più ambizioso.

È una decisione importante, una scelta di posizione nel nostro tempo storico e nei suoi mutamenti, di fronte ad una complessità che per mille segni rimanda dal nodo pace-guerra e dalla normalizzazione della guerra alla totalità fenomenologica del sistema sociale e internazionale in cui viviamo e alle strutture che lo reggono. La scelta di posizione non è frutto di certezze soggettive che abbiamo da esibire, ma della constatazione che dovunque si guardi è invece l'incertezza che prevale e ancora continuamente aumenta intorno alla condizione complessiva e alle sorti della civiltà umana nel movimento storico che l'economia e la cultura dominanti le imprimono e garantiscono; e del convincimento che quella condizione e il sistema che ne è la determinante generale vanno studiati e radicalmente trasformati.

Speriamo che non sarà inutile (non lo è per noi stessi) riepilogare qui alcuni elementi del discorso che "Giano" ha condotto in questi anni e che sono pervenuti a risultato con gli ultimi fascicoli. Il primo numero della nostra rivista è uscito all'inizio del 1989, dopo una lunga fase di preparazione e di dibattito che si sono svolti sullo sfondo dapprima della crisi degli euromissili e dell'Afghanistan e poi della perestrojka e delle illusioni sulla riformabilità socialista dell'Unione Sovietica. Quelle illusioni erano allora largamente diffuse nella sinistra mondiale - dai comunisti ai sodaldemocratici, nel pensiero radicale di tutti i continenti e nei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Erano diffuse anche tra i pacifisti, nella misura in cui il pacifismo è ispirazione che va al di là degli schieramenti politici: tra i pacifisti cristiani e di tutte le altre confessioni, tra i nonviolenti laici e religiosi, nei "nuovi movimenti" di emancipazione. L'interesse principale era ad un controllo della Superpotenza americana e della sua schiacciante egemonia complessiva, di "modello"; mentre la speranza era riposta in un armistizio tra Stati che concedesse il libero esprimersi dei processi di liberazione nazionale e sociale in tutto il mondo, compreso quindi il sistema del "socialismo reale"; e che creasse le condizioni del superamento della minaccia nucleare e di una pace duratura.

Fu un errore fatale dell'Unione Sovietica - che risaliva alla fisionomia assunta dal suo potere, ma che non era inevitabile - farsi trarre ad un confronto globale per lei insostenibile, mentre il sostegno ai movimenti rivoluzionari, che avrebbe dovuto trarre impulso da un regime interno capace di dare una sostanza democratica alla prospettiva del socialismo, finiva con l'essere condizionato da motivi di controllo sociale e strategia militare. Quella capacità era in effetti andata perduta nel processo di statualizzazione esasperata dello stalinismo e nella creazione di una "nuova classe" legata alla conservazione d'un sistema che inaridiva e negava le sue stesse fonti di legittimazione.

Eppure, dal punto di vista della resistenza all'imperialismo e della gestione di molti, fragilissimi equilibri regionali, la crisi e il crollo del "socialismo reale" sono stati eventi le cui conseguenze negative il mondo sconterà ancora a lungo; mentre il capitalismo internazionale, privo del nemico che ne limitava l'aggressività e ne unificava i livelli decisivi di interesse, è attraversato da tensioni ormai palesi, che proietta in un mondo sempre più in quieto.

L'intreccio fra le guerre in corso nelle aree più critiche e le iniziative imperialistiche, fra entità sociali e nazionali soggetti e oggetti di capitalismo, fra le concentrazioni industriali e finanziarie multinazionali e trasnazionali, in fine, a livello di sintesi, fra l'insieme della prassi umana nella presente tipologia di sviluppo e le compatibilità naturali ha generato una situazione che mette a repentaglio l'intera civiltà umana anche a prescindere dalla possibilità d'una conflagrazione generale. L'"equilibrio del terrore" minacciava una guerra nucleare tra sistemi economico-politici e una distruzione nucleare istantanea; la situazione venutasi a creare dopo il tornante del 1989-91 procede verso un apocalisse bellica o ecologica, e probabilmente ad una unificazione di entrambi i rischi, per linee interne ad un solo sistema.

Viene più volte ricordato, per una coazione che appartiene alla psiche collettiva del secolo, che la situazione internazionale di oggi presenta tratti di somiglianza per alcuni aspetti impressionanti con "il mondo di ieri": i Balcani e le varie balcanizzazioni, Sarajevo, le manovre delle grandi Potenze, il nuovo priapismo politico della Germania e quello economico del Giappone, la guerra commerciale tra le sponde del Pacifico, l'intolleranza del diverso e specialmente del diverso povero e affamato, il nesso quotidianamente visibile di accumulazione di ricchezza e disoccupazione, la teorizzazione (anche nel "Nuovo Modello di difesa" italiano e nelle pubbliche affermazioni di militari e strateghi del CeMiSS) della "proiezione di potenza" su lontane aree di (nostro) interesse e sviluppo, l'altissimo livello di militarizzazione e l'ideologia che lo giustifica con il passaggio dal concetto di minaccia a quello di rischio e dalle frontiere della sicurezza militare a quelle delle materie prime e delle fonti energetiche; e potremmo perfino aggiungervi la cultura e la morale da bordello che ripetono in tono kitsch la belle époque e i cari, spensierati anni '30. Non è superfluo ricordare che il ricorso storico va al di là di queste appariscenze: il punto principale è che l'organizzazione complessiva che regge tante piacevolezze ha condotto il mondo in due guerre mondiali dai costi umani e materiali spaventosi, la seconda delle quali si è conclusa con il lancio di bombe nucleari su città indifese.

A questa organizzazione complessiva noi diamo il nome di imperialismo, né concediamo alla nostra pigrizia o rassegnazione mentale di fermarsi lì, ma ne facciamo argomento di studio e di analisi, di confronto con chi la chiama diversamente, o non la vede, o crede in dichiarata buona fede di fare del pacifismo edificante e perfino della militanza alternativa in una nicchia dello Stato di diritto e d'una "democrazia politica" che appare essa stessa in grave pericolo.