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Giano. Ricerche per la pace (n. 1/1989) - Page 2

Nessuno statuto tradizione di specialità è sufficiente all'impresa pacifista, né questa vuole costituire una specialità propria. La necessaria interdisciplinarità va intesa come tendenziale unificazione, anche nel singolo o nel piccolo gruppo di studiosi, di conoscenze, esperienze, metodologie; e la cerniera dell'unificazione va trovata in una nuova eticità di respiro globale, la stessa nella quale sono venuti realizzandosi anche in Italia - dapprima su base locale e territoriale, poi in istituzioni nazionali e in iniziative pacifiste interessanti scuole e università - i primi tentativi di collaborazione tra fisici e storici, medici e sociologi, psicologi e filosofi; la stessa che ha condotto fisici a scrivere da storici, psicoanalisti ad occuparsi di problemi socio-politici, uomini di religione a operare per la salvezza laica dell'uomo.

Il concetto di pace da costruire ha infiniti addentellati e la dizione "ricerca per la pace" contenuta nel nostro sottotitolo intende quella totalità problematica che materialmente va elevando i caratteri del tempo in cui viviamo a dimensioni planetarie sconosciute alle precedenti generazioni. La coscienza deve, soprattutto ora, adeguarsi all'essere.

E già, nonostante i limiti che abbiamo denunciato, la cultura che si sta fondando ha raggiunto livelli di sensibilità - se non ancora di sistemazione teorica - che vanno registrati positivamente. L'esempio più importante in proposito riguarda appunto il modello o i modelli di sviluppo, rimessi in discussione a partire dall'individuazione delle vocazioni catastrofiche insite non solo nella tendenza alla guerra in quanto evento finale nel quale l'uno trascina l'altro, ma nell'elemento comune della crescita industriale (e industriale-militare) e della relativa tipologia di drenaggio energetico e di rapporto della prassi umana con la natura. Three Mile Island e Cernobyl hanno insegnato qualcosa di incancellabile a donne e uomini di tutto il mondo.

Il nuovo pensiero ecologico e l'elaborazione pacifista si incontrano in questo punto basilare, così come i rispettivi movimenti o segmenti di movimento tendono a confluire in una direzione unica; così come l'insieme del nuovo lavoro di ricerca e l'insieme del movimento pratico tendono ad una costituzione e ad una progettualità unitarie.

Nei nostri intenti è quindi la collaborazione tra studiosi che hanno una diversa formazione filosofico-politica, diverse esperienze generazionali, competenze disciplinari e professionali apparentemente incomunicabili e perfino priorità di preoccupazioni non perfettamente coincidenti. Una collaborazione che, proprio perciò, sia confronto aperto, sottratto ad ogni forma di condizionamento partitico e rigorosamente autonomo da vicini e lontani interessi di Stato, unicamente volto alla costruzione di una cultura critica alternativa ai sistemi di potere politico ed economico nei quali sta la fonte dei rischi finali.

In confronto è, in effetti, avviato già in questo primo numero di "Giano".

Valgano ad esempio alcune posizioni espresse negli scritti di Giuseppe Longo e di Aldo Visalberghi; scritti che siamo ben lieti di pubblicare per il loro valore, e i cui Autori hanno già recato importanti contributi alla peace research.

Non tutti i redattori e collaboratori di "Giano" - anche quelli che consentono con l'analisi della situazione internazionale contenuta nel saggio di Longo - sono d'accordo sulla possibilità e opportunità che l'Italia stia nella NATO in un "modo diverso", poiché ritengono che l'obiettivo dell'uscita dall'alleanza corrisponda più efficacemente, oltre che alla gravità dei rischi che pesano sul nostro e su altri paesi, alle tradizioni ed agli orientamenti prevalenti nel movimento per la pace e al fine del superamento dei blocchi militari.

Inoltre, a molti lettori appariranno discutibili il giudizio di Visalberghi sulla necessità delle centrali nucleari e l'argomentazione che lo sostiene.

Ma, appunto, ciò che è discutibile (nello scritto di Visalberghi e anche in altri di diverso orientamento) va accolto come tema e motivo di discussione. È nel programma della rivista di affrontare questi ed altri fondamentali problemi in saggi specifici, sui quali saranno invitate ad esprimersi voci diverse nell'ambito del pensiero pacifista ed ecologista, e sollecitati ad intervenire anche coloro che, nella vita, nel lavoro, nella scuola, sono impegnati attivamente nel movimento per la pace e per l'ambiente.

L'impegno alla ricerca che intendiamo promuovere non è infatti fine a se stesso, ma mira a ricercare e approfondire un rapporto organico con le varie componenti e le varie "generazioni" del movimento per la pace e per l'ambiente, che valga anche ad incoraggiare quei collegamenti organizzativi che già stanno prendendo forma tra gruppi militanti locali e nazionali, attraversando anche le formazioni politico-parlamentari e perseguendo una proprie capacità di proposta.

Da questa collaborazione e da questo rapporto dipendono le sorti della rivista e, forse, per una parte che vorremmo non trascurabile, quelle dei problemi ai quali essa è dedicata.