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Giano. Ricerche per la pace (n. 1/1989)

LA CRISI INTERNAZIONALE del decennio che sta per chiudersi ha provocato la prima grande reazione di massa al rischio d'una guerra atomica, tale da poter provocare la fine della civiltà umana.

Nessun paragone è possibile con l'impatto dei precedenti eventi, pur importanti, dell'età nucleare. Dai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki fino alla fine degli anni '70, lo sviluppo di movimenti pacifisti fu ostacolato dalla fulmineità dei fatti militari e politici e dal particolare contesto in cui si svolsero, oppure fu animata da una coscienza ancora parziale dei caratteri della nuova èra. Del resto, la crescita degli armamenti atomici raggiunse la capacità del completo sterminio presumibilmente nel corso degli anni '60, e la successiva fase negoziale tra le Superpotenze suscitò speranze illusorie ma paralizzanti, rimanendo in ogni caso inscritta nella logica dell'"equilibrio del terrore".

Nei primi anni '80 la "dottrina" del controllo degli armamenti non solo non ha impedito processi di riarmo, ma si è dimostrata impari rispetto ai più pericolosi sviluppi militari e politici della condizioni atomica.

L'ingresso nel "decennio più pericoloso della storia" - come è stato definito nell'appello lanciato nel 1980 dall'European Nuclear Disarmament - ha così suscitato un'ondata di rifiuto che si rivolgeva alla totalità di un modello di relazioni internazionali potenzialmente apocalittico, e gli contrapponeva il principio del disarmo come asse di un nuovo paradigma politico generale. È dunque in relazione alla questione degli "euromissili" e alle sue implicazioni che la "coscienza atomica" - come processo che rende consapevoli della "differenza specifica" del nostro tempo storico, consistente nella "possibilità dell'autodistruzione del genere umano" (Günther Anders) - è entrata a far parte della ideologia collettiva e ha dato luogo a un movimento pacifista di massa.

Sulla influenza di questo movimento nel determinare l'inizio d'un nuovo corso dei rapporti internazionali non è possibile avere dubbi; e non per la tendenza all'autogratificazione di chi vi ha partecipato, ma per prove di fatto e per ammissione degli stessi leaders politici degli opposti schieramenti. Altrettanto indiscutibili sono stati tuttavia i limiti della mobilitazione, la ua frammentarietà, la sua prevalente natura di risposta vitalistica ad un rischio imminentespiuttosto che di spinta consapevole alla costruzione di un mondo pacifico; spinta che sia capace di dare un senso politico alla premessa esistenziale della stessa "coscienza atomica". Quei limiti hanno gravemente pesato nel determinare stasi e fratture nel movimento, che è stato travolto dalle iniziative di guerra direttamente partite dal "centro" (Grenada, Falkland) e non ha sviluppato iniziative efficaci nei confronti dei conflitti armati e delle repressioni in atto nelle profonde "periferie" del mondo; e che, infine, sembra rimasto spiazzato dal processo distensivo in atto tra le Superpotenze, e dai suoi risultati più vistosi.

La nostra rivista nasce anche dalla convinzione che, se il processo distensivo va salutato con sollievo e risolutamente appoggiato, esso - in assenza di una continua e crescente pressione dal basso - rimarrà confinato nell'andamento ciclico dei rapporti tra Stati e blocchi militari contrapposti. Rapporti nei quali esso deve invece incidere nel senso di una profonda trasformazione sociale della politica e delle grandi scelte, non solo militari e strategiche, che l'umanità si trova a dover affrontare.

Ma come far sì che il movimento non si spezzi, che non venga disperso e svuotato, che al contrario aumenti di forza e di coscienza, di fronte ad un complesso di rischi e di potenzialità apocalittiche che è rimasto sostanzialmente immutato rispetto alla fase più acuta della crisi?

Negli studi e nei dibattiti interni al pacifismo è venuta affermandosi un'autocritica che indica nella carenza di adeguate basi scientifico-politiche e nella connessa prevalenza dei fattori emotivi primari una causa fondamentale delle debolezze riscontrate. Non vi sono stati né un consistente coinvolgimento di intellettuali e studiosi né una sufficiente crescita culturale del movimento nel suo complesso. Ciò vale particolarmente per l'Italia, la cui condizione di paese di frontiera verso l'Est e il Sud, con un territorio disseminato di basi e depositi nucleari, e come tale esposto a pericoli che la classe di governo vorrebbe escludere dal pensabile e perfino dal conoscibile, stride (o fa tutt'uno?) con l'assenza di un serio dibattito sulle grandi e "piccole" scelte di politica estera e militare e con la spensieratezza di buona parte degli intellettuali - tra i quali tutti, si può dire, gli "opinionisti" dei mass media - la cui vita e i cui interessi fanno pensare ad una perpetua (e invidiabile) condizione liceale.

Ben diversamente efficace è stata in altri paesi la elaborazione dei nuovi problemi e il suo innesto in tradizioni sostanzialmente ininterrotte di ricerca teorica e di pacifismo attivo.

Dare, anche in Italia, in stretto contatto e in collaborazione con la ricerca internazionale, una fondazione scientifica alla peace research senza distaccarsi dal movimento e anzi per il movimento di cui noi stessi siamo parte, in vista d'una sua più solida strutturazione, è dunque il fine principale che ci proponiamo.

È un fine ambizioso, non per presunzione di successo ma per la terribile complessità e ambiguità del Giano bifronte che assumiamo come titolo e come simbolo.

Mai l'umanità si è trovata in un'impasse altrettanto tragica come in questo scorcio del XX secolo, nel quale le paure escatologiche di passati lontani dal nostro contesto sociale e culturale sembrano concretarsi nel rischio dell'umanicidio per opera dell'uomo. E mai, del resto, un secolo s'era bagnato di sangue come questo, che è passato dai massacri dell'imperialismo all'"inutile strage" della prima guerra mondiale e all'eccidio e genocidio sistematico della seconda, con i campi di sterminio, i bombardamenti a tappeto delle città, i funghi atomici dell'agosto 1945; e che nei decenni successivi, mentre tra le Superpotenze si stabiliva l'"equilibrio del terrore", ha visto svolgersi decine di guerre "convenzionali", con un numero di morti largamente superiore a quello del 1914-18 e un numero ancora più alto di vittime per cause direttamente o indirettamente collegate ai conflitti armati o ai rapporti economici e politici perversi tra centro e periferia.

Questo crescendo di tragedie collettive verso una guerra generale "annunciata", per la quale è mancata l'occasione "fatale" che sfugge di mano ai politici ma non l'accumulo deliberato di elementi di rischio, chiama dunque in causa altre analisi da quelle strategico-militari, altri strumenti da quelli bellici, altre culture e pratiche rispetto a quelle di dominio e di alienazione della politica; ma anche altri studi da quelli accademici, con la loro "disarmante" compartimentazione, e altre ipotesi e vie di sviluppo della storia.